ESTINZIONE DEI GRANDI ANIMALI LANOSI

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Fino a circa 10.000 anni fa, le praterie del Nord America, le foreste e le vallate ai pedi delle Montagne Rocciose erano popolate da branchi di milioni di giganteschi mammiferi erbivori dalla folta pelliccia: il bisonte primigenio, più grande dell’attuale; il rinoceronte lanoso; varie specie di elefanti, genericamente chiamati mammut; e da altri, più piccoli, come il cavallo (non quello introdotto, in epoca storica, dagli Europei).

Non solo: nelle praterie nordamericane si aggirava (se su due o su quattro zampe, è ancora oggetto di controversia fra gli scienziati), lento nei movimenti e tardo nei riflessi, uno degli animali villosi più straordinari della fauna di tutti i tempi: il bradipo gigante Mylodon, al cui cospetto sarebbe apparso piccolo un esemplare odierno di elefante africano, ossia il mammifero terrestre più grosso che esista ai nostri giorni. Il parente più prossimo di questo enorme sdentato, nella fauna attuale, è il formichiere gigante, il quale, a sua volta, presente caratteristiche talmente arcaiche, da apparire come un vero e proprio fossile vivente.

Pure, improvvisamente, quelle mandrie sterminate scomparvero; nel giro di pochi millenni al massimo – un tempo assai breve, non solo su scala geologica, ma anche biologica – pianure, foreste e vallate si svuotarono di quegli antichi, possenti animali, di cui più non rimangono, muta testimonianza, che le ossa smisurate, riportate alla luce, con reverente stupore, dai primi paleontologi. E anche il Mylodon scomparve pressoché istantaneamente (si fa per dire), nonostante la sua mole di tutto rispetto lo rendesse, in apparenza, quasi invincibile: perfino la tigre dai denti a sciabola doveva stare bene attenta a tenersi alla larga dalle sue micidiali zampate e dai lunghi, potentissimi artigli.

Quale fu la causa di quelle impressionati, rapide estinzioni di massa?

Una coincidenza inquietante ha sempre dato da pensare agli studiosi di zoogeografia: il fatto che proprio mentre il milodonte, il mammut, il bisonte primigenio e il rinoceronte lanoso, che avevano dominato incontrastati il verde paesaggio dell’ultimo periodo postglaciale,  scomparivano per sempre dalla faccia della Terra, un altro mammifero faceva la sua comparsa e si diffondeva ovunque, adattandosi con relativa facilità alle condizioni ambientali più diverse ed estreme, dai ghiacci della Groenlandia, ai deserti infuocati del Messico, alla foresta caldo-umida dell’Amazzonia, divenendo in breve il tipo biologico dominante per le sue caratteristiche specifiche di superpredatore: l’uomo.

Ora, lasciando da parte – in questa sede – la vexata quaestio della datazione dell’arrivo dell’uomo nelle Americhe, attraverso il ponte intercontinentale dell’odierno Stretto di Behring, fra la Siberia nord-orientale e l’Alaska, che ha grande rilevanza da un puto di vista storica ma assai meno da un punto di vista zoologico, rimane il fatto che mentre la megafauna dell’America Settentrionale scompariva in modo quasi improvviso, una nuova specie faceva la sua comparsa e si apprestava a dominare completamente l’ambiente naturale, mediante le sue sofisticate tecniche di caccia e pesca e, soprattutto, mediante l’uso del fuoco, che avrebbe alterato enormemente la vegetazione primitiva, distruggendo immense superficie di foreste.

Dobbiamo pensare che si sia trattato di una mera coincidenza, oppure tra i due eventi esiste una precisa e significativa relazione di causa ed effetto?

 

Fino ad alcune generazioni fa, la maggior parte degli scienziati tendeva a respingere questa seconda possibilità, poiché sembrava quasi incredibile che una creatura piccola e debole come l’uomo avesse potuto avere la meglio sui giganteschi mammut, sui rinoceronti lanosi e sugli altri esemplari della megafauna nordamericana; e lo stesso ordine di ragionamenti, ovviamente, valeva anche per le altre grandi bioregioni della Terra, a cominciare da quella euroasiatica.

In effetti, il mammut era diffuso sia nell’Europa preistorica che nell’Asia settentrionale; tutti gli avori lavorati dell’arte e dell’artigianato cinesi, per fare solo un esempio, provengono dalla zanne del mammut siberiano. Ebbene, tanto la specie europea del mammut, sensibilmente più grande, quanto quella asiatica (passata poi, alla fine dell’ultima glaciazione, nel continente americano), scomparvero piuttosto bruscamente, proprio all’epoca in cui l’uomo colonizzava quelle regioni nordiche, da poco rimaste libere dalla morsa dei ghiacci e divenute tundra, foresta di conifere e, infine, foresta di latifoglie.

Bisognava assolvere il genere umano da questo grande crimine contro la natura, scagionarlo da ogni sospetto che avrebbe gettato una luce sinistra sulla ‘provvidenzialità’ della sua comparsa sulla scena della storia della Terra. Fino ai primi decenni del XX secolo, l’atteggiamento dominante delle scienze, comprese quelle biologiche e naturalistiche, era improntato a una visione di tipo neopositivista, che condizionava fortemente sia le prospettive che i metodi di ricerca dei singoli studiosi. Il postulato sottinteso del paradigma scientifico dominante era che l’uomo, essere dotato di ragione, non potesse aver compiuto azioni dannose per gli equilibri naturali, se non nella misura in cui ciò aveva consentito il ‘progresso’: la nascita dell’agricoltura, la domesticazione degli animali e via dicendo, erano state altrettante tappe sulla via della civiltà. Non si pensava, o non si voleva ammettere, che una tale marcia della ‘civiltà’ avesse delle responsabilità precise nel degrado dell’ambiente naturale e nella scomparsa irreparabile di numerose specie animali e vegetali. L’uomo, signore del creato, ne era anche il benevole e responsabile custode.

 

Un tipico esempio di questa forma mentis traspare nelle argomentazioni con le quali il paleontologo tedesco Othenio Abel si sforzava di confutare l’ipotesi che possa essere stata proprio la specie umana a provocare l’estinzione del mammut nell’Europa preistorica.

Nel suo libro Animali del passato (titolo originale: Das Reich der Tiere. Toere der Vorzett in ihrem Lebensraum; traduzione italiana di Lydia e Giuseppe Scortecci, Verona, Arnoldo Mondadori Editore, 1942, pp. 74-77), egli si esprimeva in questi termini:

 

“L’estinzione di questi grandi mammiferi tanto in Europa che in Asia è stata da molti imputata all’uomo. Non è neppure il caso di discutere questa ipotesi. L’uomo dell’età della pietra non era certo in grado di sterminare il Mammut con le sue armi primitive e nemmeno coi lacci (che pure aveva imparato a usare nell’ultimo periodo interglaciale) o con altri sistemi. Talvolta infatti il cacciatore aurignaziano  catturava i Mammut coi trabocchetti che disponeva nei luoghi di passo obbligato. Una di queste trappole venne identificata presso Krems, nell’Austria inferiore.

“Fu scoperta nel 1645 quando le truppe svedesi comandate dal generale Torstenson, ritirantisi davanti all’incalzare dell’armata imperiale sulla riva sinistra del Danubio, eressero alcune fortificazioni sui giacimenti alluvionali di Hundssteige. Parte delle ossa ritrovate in quel luogo esiste tuttora; un grande dente molare, che il Merian riprodusse nel suo  Theatrum europaeum del 1643, dopo la soppressione del collegio dei gesuiti di Krems, , dove fu portato all’epoca del suo ritrovamento, passò poi nelle raccolte della fondazione benedettina di Krems, nell’Austria superiore, dove lo rividi ancora nel 1911.

“Non dobbiamo nemmeno cadere nell’errore di sopravvalutare il numero dei Mammut viventi contemporaneamente nelle epoche summenzionate, traendone la conclusione che anche per questo solo motivo sarebbe stato impossibile agli uomini del Glaciale di distruggere un numero tanto imponente di grandi animali. Ogni anno in Svevia qualche movimento tellurico mette in luce in media una quindicina di resti di Mammut. Ammettendo che tale media si sia mantenuta dal 1700, ne risulterebbe, secondo i calcoli di W. O. Dietrich, che circa 3.000 Mammut sarebbero stati trovati nei soli giacimenti alluvionali della Svevia. Questo calcolo comprende, insieme con i resti dei Mammut, quelli degli elefanti delle foreste, che però erano in quantità trascurabile. In Africa, prima che cominciasse la spietata carneficina provocata dall’avidità del guadagno realizzabile col traffico dell’avorio, esistevano circa 4 milioni di elefanti. Dai calcoli approssimativi in base alla quantità d’avorio africano messo in commercio nel 1800, si possono far ascendere a 30.000 i capi uccisi, che diventano 80.000 nel 1900. Anche se queste cifre si fossero mantenute costanti, la sparizione dell’elefante africano sarebbe stata questione di pochi anni ancora. Ammettiamo che i Mammut siano stati numerosi solo quanto gli elefanti africani: ci risulterà evidente che gli uomini preistorici, con i loro primitivi mezzi di caccia, non poterono ridurne sensibilmente il numero.

“Ad altre cause, dunque, bisogna attribuire la fine di questi animali. Essa fu probabilmente provocata, come l’estinzione dell’elefante delle foreste in Europa, dal profondo mutamento del clima che si produsse con la fine del Glaciale. Neppure questa spiegazione è del tutto esauriente ,poiché si deve considerare che quegli animali avevano attraversato, senza risentirne danno, periodi intermedi di clima caldo. Ma il Mammut europeo dell’ultimo glaciale non era più quello dei tempi antichi. Già si notavano in esso alcuni segni di degenerazione, i quali forse furono la causa vera della sua estinzione, dovuta dunque ad un processo che, rendendolo incapace di sopportare un mutamento radicale del clima, lo condusse alla scomparsa definitiva.

“Pur tenendo conto delle descrizioni di Schweinfurth relative al metodo di caccia usato dai Niam-Niam, in Africa, contro gli elefanti (metodo che consiste nel chiudere interi branchi in un cerchio di fuoco, entro il quale ne vien fatta strage) e sapendo che così si suol procedere anche nel Camerun, noi dobbiamo convenire con W. Soergel che un tal metodo non può essere stato praticato dagli uomini del Glaciale. È vero che a Predmost una numerosa mandria di Mammut trovò la morte in uno spazio relativamente ristretto, e che, almeno a quanto sembra, essa fornì per lungo tempo abbondante nutrimento a tutto un popolo del Solutreano. Ma secondo tutte le probabilità quella mandria fu vittima di una tempesta di neve, non già di un incendio, e soltanto parecchio tempo dopo la catastrofe gli uomini del Glaciale giunsero sul luogo, dove i lupi dovevano aver già iniziata l’opera loro. Il numero dei Mammut periti a Predmost venne calcolato in vari modi. Gli ultimi calcoli danno una cifra che si aggira tra i 500 e i 600 capi.

“Tutto sommato, dopo aver compiute le più accurate indagini intorno alle varie questioni, torniamo sempre alla medesima conclusone. L’uomo preistorico non può essere ritenuto responsabile della distruzione dell’elefante che gli fu contemporaneo. Altre cause certamente determinarono la sparizione dei Mammut, prima dall’Europa, poi dall’Asia. Durante il Glaciale, i Mammut erano arrivati anche nell’America settentrionale per mezzo di quel ponte intercontinentale che collegava l’estremo lembo dell’Asia nord-orientale col continente americano, e di cui tante volte si valsero gli animali preistorici nelle loro migrazioni, approfittando delle sue ripetute emersioni.

“Nell’America settentrionale i Mammut e i loro più stretti congiunti si estinsero durante il Glaciale, mentre i mastodonti vissero molto più a lungo.”

 

Quest’ultima affermazione, per la verità, si è rivelata inesatta, alla luce delle scoperte degli ultimi decenni. Oggi, infatti, sappiamo con certezza che i primi cacciatori nordamericani inseguivano sia il bisonte che il mammut più di 10.000 anni or sono in tutto il Sud-ovest degli odierni Stati Unitid’America.

Sono stati individuati i più importanti luoghi di sosta di tali uomini primitivi: Eden nel Wyoming; Signal Butte nel Nebraska; Danger Cave nello Utah; Lindenmeier e Yuma nel Colorado; Tule Springs e Gypsum Cave nel Nevada; Folsom, Bat Cave, Sandis e Clovis nel New Mexico; Plainview, Abilene e Midland nel Texas; Santa Rosa Island in California; Ventana Cave, Lehner e Naco nella valle di Gila, in Arizona.

Il caso dell’isola di Santa Rosa, situata a 72 km. di distanza dalla costa della California meridionale, è particolarmente significativo. Secondo l’archeologia “ufficiale”, l’uomo preistorico non avrebbe potuto spingersi fin lì, affrontando le grandi onde dell’Oceano Pacifico. Ma la geologia è venuta in soccorso, dimostrando che un tratto dell’attuale braccio di mare era rimasto all’asciutto durante l’ultima glaciazione, e il rimanente (forse, non più di 3 km.) doveva essere poco profondo. Servendosi di tronchi d’albero scavati, gli uomini primitivi non solo avevano raggiunto l’isola, ma vi avevano condotto proficue battute di caccia ad una specie di mammut nano (fatto caratteristico della fauna insulare; che si è riscontrato, ad esempio, anche per l’antica fauna delle isole del Mediterraneo, nonché per quella delle Isole della Sonda, nel Sud-est asiatico). I diversi metodi di datazione impiegati dai ricercatori hanno dato risultati discordanti, nessuno dei quali può ritenersi  totalmente sicuro; ma è provato, in ogni caso, che gli antichi abitanti umani del continente nordamericano cacciavano il mammut almeno 10, forse anche 15 o 20 mila anni fa.

Quanto ai metodi di caccia adoperati dai cacciatori primitivi, è vero che questi ultimi inventarono l’arco e le frecce solamente nel I millennio avanti Cristo. Tuttavia, essi possedevano un’arma straordinaria, l’atlatl, una corta lancia scagliata mediante un propulsore, che era in grado di colpire il bersaglio con una forza molto superiore a quella che le si può imprimere mediante la sola forza del braccio. In ogni caso, l’atlatl serviva, più che altro, per dare il colpo di grazia ai grandi animali erbivori, dopo che, mediante opportune strategie, questi erano stati sospinti o sorpresi in condizioni tali, da non potersi difendere né fuggire: ad esempio, in fondo a scoscendimenti del terreno, presso i luoghi di abbeverata.

Ora, è certo che un elemento essenziale di tali strategie di caccia consisteva nell’utilizzo del fuoco, appiccato alla vegetazione per accerchiare e ridurre all’impotenza i giganteschi mammiferi che, altrimenti, sarebbero stati delle prede veramente troppo ardue da cacciare, sia pure con un’arma poderosa e intelligente come l’atlatl. E non si devono sottovalutare i micidiali effetti di un siffatto metodo di caccia: né sulla vegetazione, che finì per ridurre le foreste a delle steppe senz’alberi, né sulla megafauna, che ne risultò decimata.

 

Noi, oggi, siamo legati a un’immagine del rapporto fra uomo e natura, nell’America precolombiana,  che è, essenzialmente, quella degli Indiani cacciatori di bisonti degli ultimi tempi che precedettero l’arrivo dell’uomo bianco, quando già le tribù delle grandi praterie avevano catturato e addomesticato i cavalli rinselvatichiti giunti con le prime caravelle degli Europei. Quel tipo di civiltà è stata definita, giustamente, la “civiltà del bisonte”, perché si reggeva interamente sulla caccia a quell’animale, nessuna parte del quale andava sprecata. Tutto veniva utilizzato: dalla carne per l’alimentazione, alla calda pelliccia per gli indumenti, ai tendini per le corde degli archi, e perfino agli escrementi che, bruciati, fornivano il combustibile per il riscaldamento, nelle gelide notti d’inverno.

Resi oculati da una consapevolezza ecologica maturata nel corso dei secoli, gli Indiani delle pianure uccidevano solo quel numero di capi che era stimato necessario per le necessità di ciascuna tribù, senza intaccare le capacità riproduttive della specie che, altrimenti, diminuendo di numero, avrebbe messo in forse anche la sopravvivenza dell’uomo. Ed anche l’abbattimento di quei pochi capi era regolato, in un certo senso, da un preciso cerimoniale religioso, nel corso del quale gli uomini chiedevano perdono, anticipatamente, allo spirito dell’animale per essere costretti a togliergli la vita. (Una sensibilità analoga, contrassegnata dalla preghiera di rammarico, è stata riscontrata fino a temi recentissimi presso i Navajo, quando erano costretti ad abbattere i rari alberi presenti sul loro arido territorio, fra New Mexico ed Arizona).

Ebbene, questa immagine è sostanzialmente esatta, ma non si può applicare ai primi cacciatori americani, ai cacciatori di mammut e di bisonte primigenio, né a quelli del bradipo gigante o milodonte. La tecnica della caccia mediante l’incendio della vegetazione si risolveva in una pratica  estremamente distruttiva, e provocava delle vere e proprie stragi di animali, solo una minima parte dei quali poteva essere effettivamente utilizzata dall’uomo per le sue necessità di alimentazione, vestiario, eccetera.

È un pregiudizio risalente al mito del “buon selvaggio”, quello che vede nelle  società vernacolari  dei modelli di salvaguardia dell’equilibrio ecologico. Al contrario, potremmo fare numerosissimi esempi di antiche faune (e flore) distrutte o decimate dalla caccia indiscriminata da parte dei popoli nativi; valga per tutti il caso dei giganteschi Moa (Dynornis maximus), uccelli corridori alti fino a 3 metri e mezzo della Nuova Zelanda, che vennero cacciati fino all’estinzione dai Maori o, forse, dagli indigeni che li precedettero nella colonizzazione di quell’arcipelago del Pacifico meridionale, i  Moriori; o, forse, da parte di immigrati ancora più antichi, dei quali ben poco di certo sappiamo.

 

Di questa opinione era anche il grande divulgatore tedesco di archeologia C. W. Ceram (pseudonimo di Curt W. Marek), nato a Berlino nel 1915 e morto nel 1972, famoso specialmente per il suo libro Civiltà al sole (rifiutato dagli editori  e stampato dall’autore a proprie spese, che si rivelò uno straordinario successo di vendite a livello mondiale).

Nel suo documentato e avvincente studio Il primo americano. Archeologia e preistoria del Nord America (titolo originale: Der erste Amerikaner. Das Rätsel der vor-kolumbischen Indianers, Reinbek bei Hamburg, 1971; traduzione italiana di Giuseppina Panzieri Saija, Torino, Giulio Einaudi Editore, 1972, pp. 297-301), Ceram ha così riassunto la questione dell’estinzione dei grandi mammiferi nordamericani:

 

“È difficile assumere che una piccola orda di cacciatori affrontasse in aperta campagna un branco di mammut: sarebbe stato un suicidio. Senza dubbio avranno sfruttato le condizioni naturali del luogo per costruire trappole, buche ricoperte di leggeri cespugli, che sprofondavano sotto il peso dei giganti. Più di frequente, avranno circondato e preso in trappola i mammut presso sorgenti poste in fondo a un declivio, nelle molte umide gole il cui accesso poteva venire sbarrato con tronchi e pietre; così gli animali potevano essere attaccati a distanza di sicurezza fino alla loro sanguinosa fine. Molti esempi stanno a dimostrare che tanto i bisonti quanto i mammut venivano spinti sul margine di un abisso da cui precipitavano giù e ormai inermi, con le ossa rotte, erano esposti all’insidia delle lance e delle pietre. Ma in che modo venivano spinti?

“E così siamo infine giunti a parlare di un’arma del cacciatore primitivo che finora abbiamo trascurato: è l’arma più tremenda dell’uomo fin dalla notte dei tempi, quella che atterrisce qualsiasi animale: il fuoco!

“Ma qui si presenta la domanda che sicuramente il lettore si è posto da tempo, ogni qual volta ha sentito parlare di animali estinti: perché mai questi animali si estinsero? E perché l’uomo non perì con essi?

“Vogliamo subito anticipare che esistono innumerevoli teorie, ma ancora nessuna soluzione. Nel 1965 un congresso di specialisti si occupò di questo problema, e i risultati furono pubblicati nel 1967. Essi indicano chiaramente le differenti posizioni.

“I geologi chiamano pleistocene l’era in cui i grandi animali vissero accanto all’uomo. Era il periodo della avanzate e ritirate dei ghiacci, delle variazioni climatiche. La primissima teoria, in favore della quale si possono in effetti addurre molti argomenti, è che le condizioni climatiche impedirono il sopravvivere degli animali giganteschi, i quali abbisognavano di enormi quantità di nutrimento. Tuttavia non scomparvero soltanto i grandi animali, ma anche il cammello – dalle dimensioni di un lama – e il cavallo, e altri animali decisamente di piccola taglia, una varietà di lepri e tre varietà di antilopi. Allora si ricorse alla teoria della catastrofe, ipotizzando violenti sommovimenti della terra ed eruzioni vulcaniche – a questo proposito, bisogna sapere che alcuni decenni fa la scomparsa degli animali era vista in termini drammatici – il tutto in un breve periodo di tempo «diecimila anni fa», si diceva generalmente. Ma nel 1968 Jesse D. Jennings raccolse tutte le datazioni col radiocarbonio disponibili per i reperti di scheletri animali. Fu accertato che gli animali non si estinsero affatto in uno stesso periodo: alcuni, per esempio il mammut, sopravvissero probabilmente fino al 4.000 a. C. quindi più a lungo del cavallo. E il Bison antiquus  vagava ancora per le praterie quando il bisonte attuale cominciava lentamente a prenderne possesso, tra il 6.000 e il 5.000 a. C. Infine si ipotizzarono misteriose malattie ed epidemie che avrebbero decimato le mandrie; ma, ci si domanda, perché soltanto un determinato gruppo di animali, relativamente piccolo? Si è pensato perfino ad una gigantesca ondata di suicidi tra gli animali, facendo riferimento ai lemming i quali, per così dire, tengono in pugno il misterioso ‘equilibrio naturale’ in quanto, a determinati intervalli, si precipitano in mare a migliaia. Questo costituisce invero un problema ancora irrisolto (la scienza dell’ecologia è ancora agli inizi); si rammentano ancora l’incredulità e lo spavento degli abitanti della costa della Florida, allorché nel gennaio del 1970 d’improvviso centocinquanta balene approdarono sulla spiaggia; quando uomini di buona volontà per mezzo di funi le spinsero nuovamente in mare, ancora una volta le balene si precipitarono contro la costa, ad incontrarvi sicura morte.

“Tutte queste teorie sono ancora oggetto di discussione; ogni studioso di preistoria sostiene l’una o l’altra, Soltanto un gruppo di studiosi, il cui più deciso rappresentante può essere considerato Paul S. Martin, afferma che un’altra fu la causa dell’estinzione dei grandi animali: l’uomo!

“Vorrei a questo punto rinviare a una tesi che a mio avviso dovrebbe essere ripresa in esame. Il filosofo spagnolo Ortega y Gasset (…) si occupa di questo problema in un brillante saggio, Prologo a un Tratado de Monteria (Prologo a un trattato di caccia). Egli dice:

“«Gli studiosi di preistoria sono soliti assicurarci che le varie ere glaciali e interglaciali furono il paradiso dei cacciatori. Ci hanno fatto credere che la selvaggina pregiata fosse incredibilmente numerosa, e leggendo queste cose l’animale da preda, che sonnecchia in fondo ad ogni cacciatore che si rispetti, istintivamente digrigna i denti e si sente l’acquolina in bocca. Ma quelle affermazioni sono inesatte e sommarie».

“E con dimostrazioni attinte ai diversi stadi della storia dell’umanità, Ortega y Gasset dimostra che gli animali da caccia furono sempre rari. Se questo è esatto, la probabilità che sia stato l’uomo a distruggere gli animali naturalmente aumenta in modo considerevole. La cifra più volte avanzata da un autore americano, secondo cui diecimila anni or sono il Nordamerica era popolato da quaranta milioni di grandi animali, non è in alcun modo confortata da prove.

“Altri motivi che parlano in favore della Pleistocene overkill (la strage del pleistocene) come l’ha definita Martin, sono palesemente da individuare nei metodi di caccia dell’uomo dell’era glaciale. «Per ammazzare un qualsiasi membro di una mandria di bisonti o di elefanti, era necessario ammazzarli tutti… sospingendoli verso un burrone». Il termine ‘elefante’ può essere applicato tanto al mammut vero e proprio quanto al più piccolo mastodonte, giacché nel Nordamerica esistettero entrambi). E senza dubbio per far ciò l’uomo ricorse alla sua arma più terribile: il fuoco. Non sappiamo fino a che punto egli fosse in grado di controllarlo., tuttavia possiamo figurarci boschi e praterie in fiamme, in cui perivano migliaia di animali, quantunque le orde di cacciatori non potessero consumarne che due o tre capi. E questi massacri dovettero avere notevoli ripercussioni. Infatti la riproduzione era scarsa. Inoltre, giacché il cacciatore primitivo con grande probabilità preferiva dar la caccia ad animali giovani (sia perché era meno pericoloso e più facile, sia perché la loro carne era certamente più gustosa), diminuì ulteriormente le possibilità di riproduzione di tutte le specie. A ciò si aggiunge il fatto che gli elefanti hanno un periodo di gestazione da diciotto a ventun mesi, e che partoriscono sempre soltanto un piccolo per volta.

“Il problema dell’estinzione dei grandi animali non è risolto. Perché sopravvisse l’uomo, che non era soltanto cacciatore ma anche selvaggina? Presso lo stagno accanto al quale egli circondava il branco di bisonti vi era magari già in agguato la tigre dai denti a sciabola, o veniva a dissetarsi anche l’orso gigante, e forse si aggirava avido di preda il lupo. L’uomo sopravvisse grazie alla sua massa cerebrale, grazie al fatto che è un onnivoro e grazie alla sua enorme capacità di adattamento alle variazioni climatiche. E non soltanto sopravvisse, ma si sviluppò.  Lasciò dietro di sé una traccia di sangue, finché divenne agricoltore e sedentario, finché creò civiltà e cultura, fino al giorno in cui in quanto uomo divenne il peggior nemico dell’uomo.”

 

In mancanza di prove inoppugnabili, un retto atteggiamento scientifico è, senza dubbio, quello di lasciare impregiudicata la questione, continuando a raccogliere elementi per rispondere al quesito circa la scomparsa dei grandi animali.

Certo è che, allo stato attuale, gravi indizi sembrano indicare nell’uomo la causa più probabile di quelle rapide, totali estinzioni.


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ESTINZIONE DEI GRANDI ANIMALI LANOSIultima modifica: 2010-08-01T22:14:00+00:00da piramidex1
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