28/11/2011
IPOTESI DI PIRAMIDI NEL FRIULI A CIVIDALE (RUALIS)
IPOTESI DI PIRAMIDI NEL FRIULI A CIVIDALE (RUALIS)
CON QUESTA NUOVA IPOTESI DELLE TRE PIRAMIDI DI CIVIDALE DOVUTA ALL'INTUIZIONE DEL SIG. WALTER MAESTRA RESIDENTE SUL POSTO HO AGGIORNATO LA MIA CARTA INDICATIVA DELLE PIRAMIDI IN ITALIA
PANORAMICA DELL'UBICAZIONE DELLE SUPPOSTE TRE PIRAMIDI
LA SUPPOSTA PIRAMIDE PIU' SIGNIFICATIVA
VESTIGIA DI MURA MEGALITICHE NEI PRESSI DELLE PRESUPPOSTE PIRAMIDI
IPOGEO DI CIVIDALE DI ORIGINE CELTICA
PER ULTERIORI APPROFONDIMENTI SI INVIA AL LINK :
http://rbrrrb.blogspot.com/2010/04/le-piramidi-di-rualis....
22:06
Scritto da: piramidex1
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25/09/2011
ULTIMI RITROVAMENTI SFERE DI PIETRA
ULTIMI RITROVAMENTI SFERE DI PIETRA
Ecco le foto degli ultimi ritrovamenti di sfere di pietra nel territorio del Comune di Sant'Agata de' Goti

Sfera di pietra rinvenuta in localita' Bagnoli-Pecereca in proprieta' De Prisco
Sfera di pietra rinvenuta in localita' Bagnoli-Pecereca in proprieta' De Prisco
Sfera di pietra rinvenuta in localita' Longano-santa Croce in Cortile privato
Sfere di pietra (ovoidali) rinvenute in localita' Traugnano in pieno campo
08:59
Scritto da: piramidex1
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08/05/2011
LE CIVILTA' MEGALITICHE NEL MONDO
15:40
Scritto da: piramidex1
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08/02/2011
KLEPER 11 - SEI PIANETI ATTORNO AD UNA STELLA
Kepler-11 è il sistema solare simile al nostro: sei pianeti attorno ad una stella
Il pensiero che un giorno, chissà quando, le risorse naturali della Terra possano finire, legittima un’angoscia comune. Ci riferiamo, ovviamente, anche alle risorse cosiddette rinnovabili, quelle che dovrebbe rigenerarsi naturalmente, o per effetto dell’uomo, in tempi ridotti e in quantità infinite. Foreste, suoli agricoli, pascoli permettono la nostra sopravvivenza, anche se l’attività umana continua a mettere a rischio la salute del pianeta: l’inquinamento, la deforestazione, l’impoverimento del suolo determinano un’inevitabile processo distruttivo, che già da tempo manifesta i suoi effetti.
A consolare possibili catastrofiche previsioni riguardanti la Terra, il pensiero che da qualche parte, chissà dove, possa esistere un pianeta gemello al nostro, che abbia le stesse caratteristiche e che dunque possa “ospitare” la vita umana.
Ebbene, l’ultima scoperta della Nasa riguarda proprio l’individuazione di un sistema solare simile al nostro e distante 2000 anni luce dalla Terra. E’ stato il telescopio spaziale Kepler a “scovarlo” così lontano: ben sei sono i pianeti che lo formano e ruotano tutti attorno ad una stella, più o meno sullo stesso orbitale, proprio come accade qui da noi. Dopo la supernova Betelgeuse, il secondo sole della Terra, ecco un’altra incredibile scoperta, definita la più importante fatta sui pianeti esterni al Sistema solare dal 1995, come ha dichiarato Jack Lissauer, del centro di ricerche Amer della Nasa.
Sono stati gli astronomi dell’Università della California, a Santa Cruz, a realizzare questa importante scoperta. Sono riusciti ad individuare non solo i sei pianeti e la stella centrale, ma anche le orbite e le masse di ciascuno di essi: il periodo di rivoluzione di cinque dei pianeti dura cinquanta giorni e la loro massa è più grande di quella della Terra. Il sesto pianeta, invece, si trova più lontano, infatti il suo periodo di rivoluzione dura ben 118 giorni.
Questo “sistema solare gemello” è stato chiamato Kepler-11, dal nome del telescopio che è riuscito a individuarlo. Ciò è stato possibile grazie all’abbassamento di luminosità, prodotto quando i singoli pianeti passano di fronte la stella. Proporzionalmente, la riduzione della quantità di luce permette di calcolare anche le loro dimensioni. Il tempo tra una riduzione e l’altra serve, invece, a calcolare la durate del moto di rivoluzione dei sei pianeti. La massa, infine, si determina grazie alle variazioni che ciascuno di essi presenta nei periodi orbitali.
Quanto alla loro densità, sembra che sia inferiore a quella della Terra: quattro di essi potrebbero essere formati da idrogeno ed elio, mentre due da una possibile atmosfera di idrogeno ed elio. L’ipotesi è che questa atmosfera sia stata costituita in passato da altri elementi, che hanno poi liberato i pianeti, alcuni dei quali potrebbero essersi formati lontano dal loro “sole” e, successivamente, essersi ad esso avvicinati. Quanto alla possibilità che ci sia dell’acqua, considerando la relativa distanza dalla loro stella, in alcuni dei sei pianeti potrebbe essere presente sotto forma di vapore, che ad enormi pressioni potrebbe poi diventare liquida.
Si tratta di un’importantissima scoperta che potrebbe riservare altre sorprese, come afferma l’esperto di pianeti extrasolari Raffaele Gratton, dell’osservatorio di Padova dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf): ”Non si può escludere che in esso esistano altri pianeti che potrebbero non essere transitati davanti alla stella nel periodo in cui il telescopio l’ha osservata“.
Le incredibili sorprese che ci riserva l’Universo non finiranno, di certo, qui.
Riportato integralmente da Fanpage del 03 Febbraio 2011
20:23
Scritto da: piramidex1
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06/02/2011
Tombe e musei, il saccheggio dei grandi siti archeologici
Dalla STAMPA.it del 06/02/2011 riporto il testo integrale dell'articolo
Tombe e musei, il saccheggio dei grandi siti archeologici
Le voci su Internet: rubate migliaia di oggetti, moltissimi reperti danneggiati
VITTORIO SABADIN
Quando tutto sarà finito, e il ministro per i Beni archeologici dell’Egitto Zahi Awass potrà finalmente andare a controllare di persona, quasi certamente scoprirà che il suo ostentato ottimismo era esagerato. Dal Cairo a Luxor, da Aswan al Sinai, decine di musei e di siti archeologici sono stati depredati da saccheggiatori. Centinaia di reperti millenari sono stati danneggiati e forse migliaia di oggetti sono stati rubati.
Anche se Hawass continua con l’abituale veemenza a ripetere nelle interviste che tutto è sotto controllo, la realtà descritta su Facebook e negli altri social networks dagli archeologi che scavano nelle località attaccate è purtroppo molto diversa. In queste ore, egittologi e direttori dei musei di tutto il mondo si scambiano e-mail venate di tristezza. Sono sgomenti per il danno finora causato al patrimonio archeologico dell’Egitto e ancora più preoccupati per quello che potrebbe accadere, se il Paese non tornerà presto alla normalità e non riprenderà il totale controllo del proprio patrimonio archeologico.
Le voci dai blog
Questa la situazione nei musei e nei siti archeologici più importanti del Paese, così come viene descritta nei blog e nelle comunicazioni fra archeologi. I saccheggiatori che nella notte fra il 28 e il 29 gennaio sono penetrati nel Museo archeologico del Cairo hanno danneggiato circa 100 reperti. Nella breve visita organizzata da Hawass per tranquillizzare tutti, i danni sono stati volutamente minimizzati. Almeno 13 teche dell’Antico Regno sono state aperte e il contenuto asportato o gettato a terra. La splendida barca della tomba di Meseti ad Assyut è rotta in più pezzi.
Due mummie sono state decapitate e devastate e non se ne conosce ancora l’identità. Si teme che sia stata danneggiata anche la mummia di Tuya, la moglie di Seti I, che era ricoperta da un prezioso e davvero unico pettorale. I reperti della tomba di Tutankhamon non sono stati risparmiati. La statua che raffigura il faraone in piedi su una pantera è stata spezzata in due. Le immagini messe in rete da Margaret Maitland, che gestisce il blog Eloquent Peasant, mostrano solo la pantera, gravemente danneggiata. Di un’altra statuta di Tut sono rimasti solo i piedi.
Decine di piccole statue di legno sono state strappate dai loro supporti. In una foto si vede una teca completamente vuota, salvo i resti di un ventaglio d’oro e due scettri del faraone. Secondo Hawass, anche a Memphis, l’antica capitale del regno, la situazione è sotto controllo. Ma in base alle testimonianze il museo, che contiene numerose statue in un giardino all’aperto, è stato saccheggiato.
Caccia all’oro
A El Qantara, sul Canale di Suez, il museo che conteneva 3000 reperti del periodo romano e bizantino è stato completamente depredato. Hawass ha detto che circa 300 sono stati recuperati, ma si ignora la sorte degli altri. Un operaio che lavorava al museo ha raccontato che i saccheggiatori sono entrati dicendo che cercavano l’oro. «Ho risposto che di oro non ce n’era, e allora hanno cominciato a distruggere tutto e a portare via quello che potevano».
A Luxor e nella Valle dei Re il 30 gennaio si è veriricato un tentativo di irruzione al Tempio di Karnak, ma è stato respinto. Nelle moschee è stato detto ai fedeli di proteggere i siti archeologici e ora la situazione sembra tranquilla. Nessun tentativo di intrusione, finora, nelle tombe della Valle dei Re. La piana di Giza con le sue piramidi è sorvegliata dall’esercito e non si segnalano danni. Le cose vanno però molto peggio nelle zone più lontane dal Cairo. Ad Abusir, dove si trovano le piramidi di Sahure, Neferirkare e Nyuserre Ini, tutte le tombe sigillate sono state aperte alla ricerca di tesori.
Il sito egyptopaedia.com riferisce di danni molto gravi. Il «Sun» ha pubblicato il 1˚ febbraio la foto di una banda di ladri intenta a scavare. Miroslav Bàrta, capo di una spedizione della Repubblica Ceca, ha raccontato che il sito è stato attaccato e molti dei reperti riportati alla luce sono stati danneggiati.
Lucchetti inutili
I danni più gravi sono a Saqqara, dove si trovano la piramide a gradoni del faraone Djoser e numerose mastabe ornate da meravigliosi bassorilievi. Tutti i lucchetti delle tombe sono stati forzati, ha confermato Hawass, aggiungendo che all’interno non sono stati rilevati danni. Secondo altre fonti, la piramide di Pepi I a Sud di Saqqara è stata aperta, così come la stessa piramide di Djoser, che non è visitabile dal pubblico perché pericolante.
I saccheggiatori avrebbero svaligiato i magazzini di Saqqara, asportando gran parte del contenuto. Tra le tombe violate anche quella del tesoriere di Tutankhamon, Maya, e della moglie Merit, raffigurati insieme in una delle più belle statue ritrovate in Egitto. Per fortuna è al sicuro dal 1823 nel museo olandese di Leida.
20:12
Scritto da: piramidex1
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03/02/2011
Molotov e razzìe, assedio al museo egizio
ATTUALITA'
La nostra civilta’ ormai e’ certo che sta tramontando e’ da piu’ di un ventennio che perde pezzi e non trovasi soluzioni valide ad arginare questo suo scivolare verso l’abbrutimento e l’imbarbarimento.
Sono certo che tra un migliaio di anni l’uomo distruggera’ se stesso e tornera’ ad uno stato primitivo per poi cercare di risorgere dalle sue ceneri.
Siamo testimoni impotenti a movimenti di masse con metodi che ormai per noi sono inaccettabili perche’ vengono utilizzati metodi e forme di protesta fuori dalla nostra cultura.
Cio’ a cui stiamo assistendo in questi giorni,che ci vede (per il momento) testimoni dei movimenti di popolo della TUNISIA e poi dell’EGITTO nonche’ di alcuni paesi del MEDIO ORIENTE,non possiamo fare a meno di pensare che gli equilibri che sono stati mantenuti in questo trentennio non saranno piu’ come prima.
Stiamo vedendo anche atti barbarici che mettono in pericolo reperti storici unici custodite nel Museo Egizio del Cairo e che ,patrimonio dell’Umanita’,dovrebbero essere protetti dalle forze dell’ONU.
Mi auguro che il Museo non subisca piu’ attacchi barbarici e che i danni vengano circoscritti a quelli annoverati fino ad oggi.
Tutto quello che vediamo e’ la prova tangibile della teoria dell’Alternanza delle civilta’ progredite,e quando constatiamo che si iniziano a bruciare le testimonianze di antiche civilta’…prima o poi si inizieranno a bruciare gli uomini!!!!
Riporto integralmente l'articolo pubblicato su il Giornale.it di giobedi' 303 Febbraio 2011 :
Molotov e razzìe, assedio al museo egizio
Il Cairo «Per fortuna non ci sono danni, ma il museo è proprio in mezzo agli scontri». La tensione di Tareq Awady si scioglie in sollievo solo quando i vigili del fuoco da giorni messi a guardia del «suo» museo gli assicurano che l’incendio è domato. Il bilancio, spiega il direttore del museo egizio del Cairo, è stato peggiore l’altra volta, quando un gruppo di persone è entrato nell’edificio e ha saccheggiato il negozio di souvenir, spaccato vetrine, danneggiato due mummie, una statuetta di Tutankhamon e 13 vetrine. «Abbiamo difeso il museo con i nostri corpi -racconta- ma l’esercito è arrivata solo dopo un’ora».
Ieri l’allarme è scattato quando un nutrito numero di molotov è atterrato all’interno del recinto del museo, scatenando un vistoso incendio. La battaglia è stata combattuta proprio accanto al grande edificio del Museo egizio. Per ore, in una delle strade che portano alla piazza Tahrir e che costeggia il grande edificio rosa, i sostenitori di Hosni Mubarak e i manifestanti che da giorni chiedono la fine del regime egiziano si sono scontrati a pochi metri dalle porte del museo. Hanno lanciato sassi, sono saliti sulle inferriate e il cancello d'entrata per meglio lanciare le molotov. «Non so se le hanno lanciate intenzionalmente contro di noi», dice cauto Awady, ma c’è grande preoccupazione per le sorti di questo scrigno che all’interno contiene il più grande tesoro culturale dell’Egitto. E anche una sua primaria fonte di ricchezza, visto che qui è una meta turistica obbligata.
Il museo delle Antichità del Cairo da 150 anni custodisce la più ricca e completa collezione al mondo di testimonianze sulla civiltà egizia: 136.000 reperti. Tra i più famosi, il tesoro di Tutankhamon, con lo splendido sarcofago, scoperto nel 1922, una delle poche dotazioni funerarie sfuggite ai razziatori di tombe. E poi la testa di Nefertiti, e le statue del faraone Akhenaton. Aperto nel 1958 con le collezioni raccolte dall’archeologo francese Auguste Mariette, che lavorava al servizio di Ismail Pasha, fu creato dal governo egiziano proprio per dare un impulso alle ricerche e fermare il saccheggio delle tombe.
La maggior parte degli egiziano sa benissimo quanto vale, per il futuro dell’intero Paese, il contenuto di quell’edificio , che il governo progettava di trasferire in una nuova sede in costruzione vicino alla piramide di Giza. Dopo l’assalto di sabato scorso, gruppi di cittadini si sono volontariamente organizzati per sorvegliare la struttura e impedire altri assalti. Ma quel museo è anche un patrimonio inestimabile che appartiene all’umanità intera. E la comunità scientifica mondiale in queste ore trepida al pensiero di quel che può accadere. Eleni Vassilika, direttore del museo egizio di Torino, ha dato corpo alle paure di molti: «Non voglio pensare che la matrice di questi attacchi sia di stampo religioso». Atti di iconoclastia fondamentalista, tesi a cancellare testimonianze pre islamiche, come quelli accaduti ai Buddah dell’Afganistan, sarebbero un delitto intollerabile.
ECCO ALCUNE FOTO DEL SACCHEGGIO
21:23
Scritto da: piramidex1
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21/01/2011
COMUNICATO A TUTTI I VISITATORI
COMUNICATO A TUTTI I VISITATORI
ECCOMI DI NUOVO A VOI,DOPO UNA FORZATA ASSENZA PER CAUSE DI FORZA MAGGIORE DOVUTA A PROBLEMI DI SALUTE,VI COMUNICO CHE ENTRO LA FINE DEL MESE DI GENNAIO INIZIERO' AD AGGIORNARE IL BLOG CON PRECEDENZA AL COMPLETAMENTO DEL POST SUL DISCO DI FESTO PER POI PROSEGUIRE CON LE RICERCHE SULLE CIVILTA' MEGALITICHE E INFINE PER IL MOMENTO,ANNUNCIANDOVI IN ANTEPRIMA,PUBBLICHERO' FOTO,STUDI E CONSIDERAZIONE SUI MIEI ESPERIMENTI SULLA FUSIONE FREDDA,VI ILLUSTERO' UNA TEORIA SCONVOLGENTE CHE POTREBBE FARVI RICREDERE SU CIO' CHE PENSAVATE NON POTREBBE ESSERE STATO POSSIBILE....VI INVITO QUINDI A SEGUIRMI,GRAZIE!!!!
A PRESTO DUNQUE,VI INVIO UN CALOROSO SALUTO E TANTISSIMI AUGURI DI UN PROSPERO E SERENO ANNO 2011.
LEONARDO BENEDETTO ROMANO
19:54
Scritto da: piramidex1
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16/11/2010
SCOPERTE DALLA NASA DUE BOLLE NELLA VIA LATTEA-UNIVERSI OSMOTICI ?
17:26
Scritto da: piramidex1
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20/09/2010
ULTERIORI AGGIORNAMENTI INERENTI GLI STUDI DEL DISCO DI FESTO
17:41
Scritto da: piramidex1
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10/09/2010
GLI UNIVERSI OSMOTICI
21:33
Scritto da: piramidex1
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08/09/2010
IL MISTERO DEI CERCHI NEL GRANO - SVELATO?
22:27
Scritto da: piramidex1
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06/09/2010
L'ALTERNANZA DELLE CIVILTA' PROGREDITE - TERZA PARTE
23:51
Scritto da: piramidex1
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L'ALTERNANZA DELLE CIVILTA' PROGREDITE - SECONDA PARTE
22:11
Scritto da: piramidex1
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22/08/2010
L'ALTERNANZA DELLE CIVILTA' PROGREDITE - PRIMA PARTE
20:23
Scritto da: piramidex1
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21/08/2010
I NATIVI DELL'AUSTRALIA
21:28
Scritto da: piramidex1
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12/08/2010
LA PIRAMIDE IN SANT'AGATA DE' GOTI - SECONDA PARTE - SFERE DI PIETRA
07:59
Scritto da: piramidex1
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07/08/2010
LA PIRAMIDE IN SANT'AGATA DE' GOTI - PRIMA PARTE
22:06
Scritto da: piramidex1
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06/08/2010
I MERCENARI DELL'INFORMAZIONE
10:58
Scritto da: piramidex1
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01/08/2010
ESTINZIONE DEI GRANDI ANIMALI LANOSI
Fino a circa 10.000 anni fa, le praterie del Nord America, le foreste e le vallate ai pedi delle Montagne Rocciose erano popolate da branchi di milioni di giganteschi mammiferi erbivori dalla folta pelliccia: il bisonte primigenio, più grande dell'attuale; il rinoceronte lanoso; varie specie di elefanti, genericamente chiamati mammut; e da altri, più piccoli, come il cavallo (non quello introdotto, in epoca storica, dagli Europei).
Non solo: nelle praterie nordamericane si aggirava (se su due o su quattro zampe, è ancora oggetto di controversia fra gli scienziati), lento nei movimenti e tardo nei riflessi, uno degli animali villosi più straordinari della fauna di tutti i tempi: il bradipo gigante Mylodon, al cui cospetto sarebbe apparso piccolo un esemplare odierno di elefante africano, ossia il mammifero terrestre più grosso che esista ai nostri giorni. Il parente più prossimo di questo enorme sdentato, nella fauna attuale, è il formichiere gigante, il quale, a sua volta, presente caratteristiche talmente arcaiche, da apparire come un vero e proprio fossile vivente.
Pure, improvvisamente, quelle mandrie sterminate scomparvero; nel giro di pochi millenni al massimo - un tempo assai breve, non solo su scala geologica, ma anche biologica - pianure, foreste e vallate si svuotarono di quegli antichi, possenti animali, di cui più non rimangono, muta testimonianza, che le ossa smisurate, riportate alla luce, con reverente stupore, dai primi paleontologi. E anche il Mylodon scomparve pressoché istantaneamente (si fa per dire), nonostante la sua mole di tutto rispetto lo rendesse, in apparenza, quasi invincibile: perfino la tigre dai denti a sciabola doveva stare bene attenta a tenersi alla larga dalle sue micidiali zampate e dai lunghi, potentissimi artigli.
Quale fu la causa di quelle impressionati, rapide estinzioni di massa?
Una coincidenza inquietante ha sempre dato da pensare agli studiosi di zoogeografia: il fatto che proprio mentre il milodonte, il mammut, il bisonte primigenio e il rinoceronte lanoso, che avevano dominato incontrastati il verde paesaggio dell'ultimo periodo postglaciale, scomparivano per sempre dalla faccia della Terra, un altro mammifero faceva la sua comparsa e si diffondeva ovunque, adattandosi con relativa facilità alle condizioni ambientali più diverse ed estreme, dai ghiacci della Groenlandia, ai deserti infuocati del Messico, alla foresta caldo-umida dell'Amazzonia, divenendo in breve il tipo biologico dominante per le sue caratteristiche specifiche di superpredatore: l'uomo.
Ora, lasciando da parte - in questa sede - la vexata quaestio della datazione dell'arrivo dell'uomo nelle Americhe, attraverso il ponte intercontinentale dell'odierno Stretto di Behring, fra la Siberia nord-orientale e l'Alaska, che ha grande rilevanza da un puto di vista storica ma assai meno da un punto di vista zoologico, rimane il fatto che mentre la megafauna dell'America Settentrionale scompariva in modo quasi improvviso, una nuova specie faceva la sua comparsa e si apprestava a dominare completamente l'ambiente naturale, mediante le sue sofisticate tecniche di caccia e pesca e, soprattutto, mediante l'uso del fuoco, che avrebbe alterato enormemente la vegetazione primitiva, distruggendo immense superficie di foreste.
Dobbiamo pensare che si sia trattato di una mera coincidenza, oppure tra i due eventi esiste una precisa e significativa relazione di causa ed effetto?
Fino ad alcune generazioni fa, la maggior parte degli scienziati tendeva a respingere questa seconda possibilità, poiché sembrava quasi incredibile che una creatura piccola e debole come l'uomo avesse potuto avere la meglio sui giganteschi mammut, sui rinoceronti lanosi e sugli altri esemplari della megafauna nordamericana; e lo stesso ordine di ragionamenti, ovviamente, valeva anche per le altre grandi bioregioni della Terra, a cominciare da quella euroasiatica.
In effetti, il mammut era diffuso sia nell'Europa preistorica che nell'Asia settentrionale; tutti gli avori lavorati dell'arte e dell'artigianato cinesi, per fare solo un esempio, provengono dalla zanne del mammut siberiano. Ebbene, tanto la specie europea del mammut, sensibilmente più grande, quanto quella asiatica (passata poi, alla fine dell'ultima glaciazione, nel continente americano), scomparvero piuttosto bruscamente, proprio all'epoca in cui l'uomo colonizzava quelle regioni nordiche, da poco rimaste libere dalla morsa dei ghiacci e divenute tundra, foresta di conifere e, infine, foresta di latifoglie.
Bisognava assolvere il genere umano da questo grande crimine contro la natura, scagionarlo da ogni sospetto che avrebbe gettato una luce sinistra sulla 'provvidenzialità' della sua comparsa sulla scena della storia della Terra. Fino ai primi decenni del XX secolo, l'atteggiamento dominante delle scienze, comprese quelle biologiche e naturalistiche, era improntato a una visione di tipo neopositivista, che condizionava fortemente sia le prospettive che i metodi di ricerca dei singoli studiosi. Il postulato sottinteso del paradigma scientifico dominante era che l'uomo, essere dotato di ragione, non potesse aver compiuto azioni dannose per gli equilibri naturali, se non nella misura in cui ciò aveva consentito il 'progresso': la nascita dell'agricoltura, la domesticazione degli animali e via dicendo, erano state altrettante tappe sulla via della civiltà. Non si pensava, o non si voleva ammettere, che una tale marcia della 'civiltà' avesse delle responsabilità precise nel degrado dell'ambiente naturale e nella scomparsa irreparabile di numerose specie animali e vegetali. L'uomo, signore del creato, ne era anche il benevole e responsabile custode.
Un tipico esempio di questa forma mentis traspare nelle argomentazioni con le quali il paleontologo tedesco Othenio Abel si sforzava di confutare l'ipotesi che possa essere stata proprio la specie umana a provocare l'estinzione del mammut nell'Europa preistorica.
Nel suo libro Animali del passato (titolo originale: Das Reich der Tiere. Toere der Vorzett in ihrem Lebensraum; traduzione italiana di Lydia e Giuseppe Scortecci, Verona, Arnoldo Mondadori Editore, 1942, pp. 74-77), egli si esprimeva in questi termini:
"L'estinzione di questi grandi mammiferi tanto in Europa che in Asia è stata da molti imputata all'uomo. Non è neppure il caso di discutere questa ipotesi. L'uomo dell'età della pietra non era certo in grado di sterminare il Mammut con le sue armi primitive e nemmeno coi lacci (che pure aveva imparato a usare nell'ultimo periodo interglaciale) o con altri sistemi. Talvolta infatti il cacciatore aurignaziano catturava i Mammut coi trabocchetti che disponeva nei luoghi di passo obbligato. Una di queste trappole venne identificata presso Krems, nell'Austria inferiore.
"Fu scoperta nel 1645 quando le truppe svedesi comandate dal generale Torstenson, ritirantisi davanti all'incalzare dell'armata imperiale sulla riva sinistra del Danubio, eressero alcune fortificazioni sui giacimenti alluvionali di Hundssteige. Parte delle ossa ritrovate in quel luogo esiste tuttora; un grande dente molare, che il Merian riprodusse nel suo Theatrum europaeum del 1643, dopo la soppressione del collegio dei gesuiti di Krems, , dove fu portato all'epoca del suo ritrovamento, passò poi nelle raccolte della fondazione benedettina di Krems, nell'Austria superiore, dove lo rividi ancora nel 1911.
"Non dobbiamo nemmeno cadere nell'errore di sopravvalutare il numero dei Mammut viventi contemporaneamente nelle epoche summenzionate, traendone la conclusione che anche per questo solo motivo sarebbe stato impossibile agli uomini del Glaciale di distruggere un numero tanto imponente di grandi animali. Ogni anno in Svevia qualche movimento tellurico mette in luce in media una quindicina di resti di Mammut. Ammettendo che tale media si sia mantenuta dal 1700, ne risulterebbe, secondo i calcoli di W. O. Dietrich, che circa 3.000 Mammut sarebbero stati trovati nei soli giacimenti alluvionali della Svevia. Questo calcolo comprende, insieme con i resti dei Mammut, quelli degli elefanti delle foreste, che però erano in quantità trascurabile. In Africa, prima che cominciasse la spietata carneficina provocata dall'avidità del guadagno realizzabile col traffico dell'avorio, esistevano circa 4 milioni di elefanti. Dai calcoli approssimativi in base alla quantità d'avorio africano messo in commercio nel 1800, si possono far ascendere a 30.000 i capi uccisi, che diventano 80.000 nel 1900. Anche se queste cifre si fossero mantenute costanti, la sparizione dell'elefante africano sarebbe stata questione di pochi anni ancora. Ammettiamo che i Mammut siano stati numerosi solo quanto gli elefanti africani: ci risulterà evidente che gli uomini preistorici, con i loro primitivi mezzi di caccia, non poterono ridurne sensibilmente il numero.
"Ad altre cause, dunque, bisogna attribuire la fine di questi animali. Essa fu probabilmente provocata, come l'estinzione dell'elefante delle foreste in Europa, dal profondo mutamento del clima che si produsse con la fine del Glaciale. Neppure questa spiegazione è del tutto esauriente ,poiché si deve considerare che quegli animali avevano attraversato, senza risentirne danno, periodi intermedi di clima caldo. Ma il Mammut europeo dell'ultimo glaciale non era più quello dei tempi antichi. Già si notavano in esso alcuni segni di degenerazione, i quali forse furono la causa vera della sua estinzione, dovuta dunque ad un processo che, rendendolo incapace di sopportare un mutamento radicale del clima, lo condusse alla scomparsa definitiva.
"Pur tenendo conto delle descrizioni di Schweinfurth relative al metodo di caccia usato dai Niam-Niam, in Africa, contro gli elefanti (metodo che consiste nel chiudere interi branchi in un cerchio di fuoco, entro il quale ne vien fatta strage) e sapendo che così si suol procedere anche nel Camerun, noi dobbiamo convenire con W. Soergel che un tal metodo non può essere stato praticato dagli uomini del Glaciale. È vero che a Predmost una numerosa mandria di Mammut trovò la morte in uno spazio relativamente ristretto, e che, almeno a quanto sembra, essa fornì per lungo tempo abbondante nutrimento a tutto un popolo del Solutreano. Ma secondo tutte le probabilità quella mandria fu vittima di una tempesta di neve, non già di un incendio, e soltanto parecchio tempo dopo la catastrofe gli uomini del Glaciale giunsero sul luogo, dove i lupi dovevano aver già iniziata l'opera loro. Il numero dei Mammut periti a Predmost venne calcolato in vari modi. Gli ultimi calcoli danno una cifra che si aggira tra i 500 e i 600 capi.
"Tutto sommato, dopo aver compiute le più accurate indagini intorno alle varie questioni, torniamo sempre alla medesima conclusone. L'uomo preistorico non può essere ritenuto responsabile della distruzione dell'elefante che gli fu contemporaneo. Altre cause certamente determinarono la sparizione dei Mammut, prima dall'Europa, poi dall'Asia. Durante il Glaciale, i Mammut erano arrivati anche nell'America settentrionale per mezzo di quel ponte intercontinentale che collegava l'estremo lembo dell'Asia nord-orientale col continente americano, e di cui tante volte si valsero gli animali preistorici nelle loro migrazioni, approfittando delle sue ripetute emersioni.
"Nell'America settentrionale i Mammut e i loro più stretti congiunti si estinsero durante il Glaciale, mentre i mastodonti vissero molto più a lungo."
Quest'ultima affermazione, per la verità, si è rivelata inesatta, alla luce delle scoperte degli ultimi decenni. Oggi, infatti, sappiamo con certezza che i primi cacciatori nordamericani inseguivano sia il bisonte che il mammut più di 10.000 anni or sono in tutto il Sud-ovest degli odierni Stati Unitid'America.
Sono stati individuati i più importanti luoghi di sosta di tali uomini primitivi: Eden nel Wyoming; Signal Butte nel Nebraska; Danger Cave nello Utah; Lindenmeier e Yuma nel Colorado; Tule Springs e Gypsum Cave nel Nevada; Folsom, Bat Cave, Sandis e Clovis nel New Mexico; Plainview, Abilene e Midland nel Texas; Santa Rosa Island in California; Ventana Cave, Lehner e Naco nella valle di Gila, in Arizona.
Il caso dell'isola di Santa Rosa, situata a 72 km. di distanza dalla costa della California meridionale, è particolarmente significativo. Secondo l'archeologia "ufficiale", l'uomo preistorico non avrebbe potuto spingersi fin lì, affrontando le grandi onde dell'Oceano Pacifico. Ma la geologia è venuta in soccorso, dimostrando che un tratto dell'attuale braccio di mare era rimasto all'asciutto durante l'ultima glaciazione, e il rimanente (forse, non più di 3 km.) doveva essere poco profondo. Servendosi di tronchi d'albero scavati, gli uomini primitivi non solo avevano raggiunto l'isola, ma vi avevano condotto proficue battute di caccia ad una specie di mammut nano (fatto caratteristico della fauna insulare; che si è riscontrato, ad esempio, anche per l'antica fauna delle isole del Mediterraneo, nonché per quella delle Isole della Sonda, nel Sud-est asiatico). I diversi metodi di datazione impiegati dai ricercatori hanno dato risultati discordanti, nessuno dei quali può ritenersi totalmente sicuro; ma è provato, in ogni caso, che gli antichi abitanti umani del continente nordamericano cacciavano il mammut almeno 10, forse anche 15 o 20 mila anni fa.
Quanto ai metodi di caccia adoperati dai cacciatori primitivi, è vero che questi ultimi inventarono l'arco e le frecce solamente nel I millennio avanti Cristo. Tuttavia, essi possedevano un'arma straordinaria, l'atlatl, una corta lancia scagliata mediante un propulsore, che era in grado di colpire il bersaglio con una forza molto superiore a quella che le si può imprimere mediante la sola forza del braccio. In ogni caso, l'atlatl serviva, più che altro, per dare il colpo di grazia ai grandi animali erbivori, dopo che, mediante opportune strategie, questi erano stati sospinti o sorpresi in condizioni tali, da non potersi difendere né fuggire: ad esempio, in fondo a scoscendimenti del terreno, presso i luoghi di abbeverata.
Ora, è certo che un elemento essenziale di tali strategie di caccia consisteva nell'utilizzo del fuoco, appiccato alla vegetazione per accerchiare e ridurre all'impotenza i giganteschi mammiferi che, altrimenti, sarebbero stati delle prede veramente troppo ardue da cacciare, sia pure con un'arma poderosa e intelligente come l'atlatl. E non si devono sottovalutare i micidiali effetti di un siffatto metodo di caccia: né sulla vegetazione, che finì per ridurre le foreste a delle steppe senz'alberi, né sulla megafauna, che ne risultò decimata.
Noi, oggi, siamo legati a un'immagine del rapporto fra uomo e natura, nell'America precolombiana, che è, essenzialmente, quella degli Indiani cacciatori di bisonti degli ultimi tempi che precedettero l'arrivo dell'uomo bianco, quando già le tribù delle grandi praterie avevano catturato e addomesticato i cavalli rinselvatichiti giunti con le prime caravelle degli Europei. Quel tipo di civiltà è stata definita, giustamente, la "civiltà del bisonte", perché si reggeva interamente sulla caccia a quell'animale, nessuna parte del quale andava sprecata. Tutto veniva utilizzato: dalla carne per l'alimentazione, alla calda pelliccia per gli indumenti, ai tendini per le corde degli archi, e perfino agli escrementi che, bruciati, fornivano il combustibile per il riscaldamento, nelle gelide notti d'inverno.
Resi oculati da una consapevolezza ecologica maturata nel corso dei secoli, gli Indiani delle pianure uccidevano solo quel numero di capi che era stimato necessario per le necessità di ciascuna tribù, senza intaccare le capacità riproduttive della specie che, altrimenti, diminuendo di numero, avrebbe messo in forse anche la sopravvivenza dell'uomo. Ed anche l'abbattimento di quei pochi capi era regolato, in un certo senso, da un preciso cerimoniale religioso, nel corso del quale gli uomini chiedevano perdono, anticipatamente, allo spirito dell'animale per essere costretti a togliergli la vita. (Una sensibilità analoga, contrassegnata dalla preghiera di rammarico, è stata riscontrata fino a temi recentissimi presso i Navajo, quando erano costretti ad abbattere i rari alberi presenti sul loro arido territorio, fra New Mexico ed Arizona).
Ebbene, questa immagine è sostanzialmente esatta, ma non si può applicare ai primi cacciatori americani, ai cacciatori di mammut e di bisonte primigenio, né a quelli del bradipo gigante o milodonte. La tecnica della caccia mediante l'incendio della vegetazione si risolveva in una pratica estremamente distruttiva, e provocava delle vere e proprie stragi di animali, solo una minima parte dei quali poteva essere effettivamente utilizzata dall'uomo per le sue necessità di alimentazione, vestiario, eccetera.
È un pregiudizio risalente al mito del "buon selvaggio", quello che vede nelle società vernacolari dei modelli di salvaguardia dell'equilibrio ecologico. Al contrario, potremmo fare numerosissimi esempi di antiche faune (e flore) distrutte o decimate dalla caccia indiscriminata da parte dei popoli nativi; valga per tutti il caso dei giganteschi Moa (Dynornis maximus), uccelli corridori alti fino a 3 metri e mezzo della Nuova Zelanda, che vennero cacciati fino all'estinzione dai Maori o, forse, dagli indigeni che li precedettero nella colonizzazione di quell'arcipelago del Pacifico meridionale, i Moriori; o, forse, da parte di immigrati ancora più antichi, dei quali ben poco di certo sappiamo.
Di questa opinione era anche il grande divulgatore tedesco di archeologia C. W. Ceram (pseudonimo di Curt W. Marek), nato a Berlino nel 1915 e morto nel 1972, famoso specialmente per il suo libro Civiltà al sole (rifiutato dagli editori e stampato dall'autore a proprie spese, che si rivelò uno straordinario successo di vendite a livello mondiale).
Nel suo documentato e avvincente studio Il primo americano. Archeologia e preistoria del Nord America (titolo originale: Der erste Amerikaner. Das Rätsel der vor-kolumbischen Indianers, Reinbek bei Hamburg, 1971; traduzione italiana di Giuseppina Panzieri Saija, Torino, Giulio Einaudi Editore, 1972, pp. 297-301), Ceram ha così riassunto la questione dell'estinzione dei grandi mammiferi nordamericani:
"È difficile assumere che una piccola orda di cacciatori affrontasse in aperta campagna un branco di mammut: sarebbe stato un suicidio. Senza dubbio avranno sfruttato le condizioni naturali del luogo per costruire trappole, buche ricoperte di leggeri cespugli, che sprofondavano sotto il peso dei giganti. Più di frequente, avranno circondato e preso in trappola i mammut presso sorgenti poste in fondo a un declivio, nelle molte umide gole il cui accesso poteva venire sbarrato con tronchi e pietre; così gli animali potevano essere attaccati a distanza di sicurezza fino alla loro sanguinosa fine. Molti esempi stanno a dimostrare che tanto i bisonti quanto i mammut venivano spinti sul margine di un abisso da cui precipitavano giù e ormai inermi, con le ossa rotte, erano esposti all'insidia delle lance e delle pietre. Ma in che modo venivano spinti?
"E così siamo infine giunti a parlare di un'arma del cacciatore primitivo che finora abbiamo trascurato: è l'arma più tremenda dell'uomo fin dalla notte dei tempi, quella che atterrisce qualsiasi animale: il fuoco!
"Ma qui si presenta la domanda che sicuramente il lettore si è posto da tempo, ogni qual volta ha sentito parlare di animali estinti: perché mai questi animali si estinsero? E perché l'uomo non perì con essi?
"Vogliamo subito anticipare che esistono innumerevoli teorie, ma ancora nessuna soluzione. Nel 1965 un congresso di specialisti si occupò di questo problema, e i risultati furono pubblicati nel 1967. Essi indicano chiaramente le differenti posizioni.
"I geologi chiamano pleistocene l'era in cui i grandi animali vissero accanto all'uomo. Era il periodo della avanzate e ritirate dei ghiacci, delle variazioni climatiche. La primissima teoria, in favore della quale si possono in effetti addurre molti argomenti, è che le condizioni climatiche impedirono il sopravvivere degli animali giganteschi, i quali abbisognavano di enormi quantità di nutrimento. Tuttavia non scomparvero soltanto i grandi animali, ma anche il cammello - dalle dimensioni di un lama - e il cavallo, e altri animali decisamente di piccola taglia, una varietà di lepri e tre varietà di antilopi. Allora si ricorse alla teoria della catastrofe, ipotizzando violenti sommovimenti della terra ed eruzioni vulcaniche - a questo proposito, bisogna sapere che alcuni decenni fa la scomparsa degli animali era vista in termini drammatici - il tutto in un breve periodo di tempo «diecimila anni fa», si diceva generalmente. Ma nel 1968 Jesse D. Jennings raccolse tutte le datazioni col radiocarbonio disponibili per i reperti di scheletri animali. Fu accertato che gli animali non si estinsero affatto in uno stesso periodo: alcuni, per esempio il mammut, sopravvissero probabilmente fino al 4.000 a. C. quindi più a lungo del cavallo. E il Bison antiquus vagava ancora per le praterie quando il bisonte attuale cominciava lentamente a prenderne possesso, tra il 6.000 e il 5.000 a. C. Infine si ipotizzarono misteriose malattie ed epidemie che avrebbero decimato le mandrie; ma, ci si domanda, perché soltanto un determinato gruppo di animali, relativamente piccolo? Si è pensato perfino ad una gigantesca ondata di suicidi tra gli animali, facendo riferimento ai lemming i quali, per così dire, tengono in pugno il misterioso 'equilibrio naturale' in quanto, a determinati intervalli, si precipitano in mare a migliaia. Questo costituisce invero un problema ancora irrisolto (la scienza dell'ecologia è ancora agli inizi); si rammentano ancora l'incredulità e lo spavento degli abitanti della costa della Florida, allorché nel gennaio del 1970 d'improvviso centocinquanta balene approdarono sulla spiaggia; quando uomini di buona volontà per mezzo di funi le spinsero nuovamente in mare, ancora una volta le balene si precipitarono contro la costa, ad incontrarvi sicura morte.
"Tutte queste teorie sono ancora oggetto di discussione; ogni studioso di preistoria sostiene l'una o l'altra, Soltanto un gruppo di studiosi, il cui più deciso rappresentante può essere considerato Paul S. Martin, afferma che un'altra fu la causa dell'estinzione dei grandi animali: l'uomo!
"Vorrei a questo punto rinviare a una tesi che a mio avviso dovrebbe essere ripresa in esame. Il filosofo spagnolo Ortega y Gasset (…) si occupa di questo problema in un brillante saggio, Prologo a un Tratado de Monteria (Prologo a un trattato di caccia). Egli dice:
"«Gli studiosi di preistoria sono soliti assicurarci che le varie ere glaciali e interglaciali furono il paradiso dei cacciatori. Ci hanno fatto credere che la selvaggina pregiata fosse incredibilmente numerosa, e leggendo queste cose l'animale da preda, che sonnecchia in fondo ad ogni cacciatore che si rispetti, istintivamente digrigna i denti e si sente l'acquolina in bocca. Ma quelle affermazioni sono inesatte e sommarie».
"E con dimostrazioni attinte ai diversi stadi della storia dell'umanità, Ortega y Gasset dimostra che gli animali da caccia furono sempre rari. Se questo è esatto, la probabilità che sia stato l'uomo a distruggere gli animali naturalmente aumenta in modo considerevole. La cifra più volte avanzata da un autore americano, secondo cui diecimila anni or sono il Nordamerica era popolato da quaranta milioni di grandi animali, non è in alcun modo confortata da prove.
"Altri motivi che parlano in favore della Pleistocene overkill (la strage del pleistocene) come l'ha definita Martin, sono palesemente da individuare nei metodi di caccia dell'uomo dell'era glaciale. «Per ammazzare un qualsiasi membro di una mandria di bisonti o di elefanti, era necessario ammazzarli tutti… sospingendoli verso un burrone». Il termine 'elefante' può essere applicato tanto al mammut vero e proprio quanto al più piccolo mastodonte, giacché nel Nordamerica esistettero entrambi). E senza dubbio per far ciò l'uomo ricorse alla sua arma più terribile: il fuoco. Non sappiamo fino a che punto egli fosse in grado di controllarlo., tuttavia possiamo figurarci boschi e praterie in fiamme, in cui perivano migliaia di animali, quantunque le orde di cacciatori non potessero consumarne che due o tre capi. E questi massacri dovettero avere notevoli ripercussioni. Infatti la riproduzione era scarsa. Inoltre, giacché il cacciatore primitivo con grande probabilità preferiva dar la caccia ad animali giovani (sia perché era meno pericoloso e più facile, sia perché la loro carne era certamente più gustosa), diminuì ulteriormente le possibilità di riproduzione di tutte le specie. A ciò si aggiunge il fatto che gli elefanti hanno un periodo di gestazione da diciotto a ventun mesi, e che partoriscono sempre soltanto un piccolo per volta.
"Il problema dell'estinzione dei grandi animali non è risolto. Perché sopravvisse l'uomo, che non era soltanto cacciatore ma anche selvaggina? Presso lo stagno accanto al quale egli circondava il branco di bisonti vi era magari già in agguato la tigre dai denti a sciabola, o veniva a dissetarsi anche l'orso gigante, e forse si aggirava avido di preda il lupo. L'uomo sopravvisse grazie alla sua massa cerebrale, grazie al fatto che è un onnivoro e grazie alla sua enorme capacità di adattamento alle variazioni climatiche. E non soltanto sopravvisse, ma si sviluppò. Lasciò dietro di sé una traccia di sangue, finché divenne agricoltore e sedentario, finché creò civiltà e cultura, fino al giorno in cui in quanto uomo divenne il peggior nemico dell'uomo."
In mancanza di prove inoppugnabili, un retto atteggiamento scientifico è, senza dubbio, quello di lasciare impregiudicata la questione, continuando a raccogliere elementi per rispondere al quesito circa la scomparsa dei grandi animali.
Certo è che, allo stato attuale, gravi indizi sembrano indicare nell'uomo la causa più probabile di quelle rapide, totali estinzioni.
Tante altre notizie su www.ariannaeditrice.it
22:14
Scritto da: piramidex1
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COSA PENSANO I RICEATORI
21:04
Scritto da: piramidex1
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INUIT/YUPIK
20:40
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21/07/2010
IPOTESI DI IMMIGRAZIONE DEI PRIMI AMERICANI
20:48
Scritto da: piramidex1
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09/07/2010
ULTIMO AGGIORNAMENTO DISCO DI FESTO
06:25
Scritto da: piramidex1
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25/06/2010
I NATIVI DELL'AMERICA DEL NORD - SEGUE 2
18:07
Scritto da: piramidex1
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13/06/2010
I NATIVI DELL'AMERICA DEL NORD - SEGUE 1
21:14
Scritto da: piramidex1
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10/06/2010
AGGIORNAMENTI SUL DISCO DI FESTO
La sera del 3 Luglio 1908 negli scavi del palazzo di Festo condotti dagli italiani veniva scoperto il celebre Disco. Nel dicembre 1984 trovavo la chiave per entrare nel documento identificando il nome di quello che era a tutti noto come il re di Festo Radamanto e la collocazione del nome (che appare tre volte) Minosse, ritenuto fino ad allora il re di Cnosso, fratello maggiore di Radamanto.
Dal punto di vista cultuale l’Apoteosi ci conferma il culto cretese di una dea Ausonia (nome antico dell’Italia) delle isole dei beati collocate a Occidente (e identificate, come fa Esiodo, nelle isole sacre dei Tirreni, cioè Sardegna, Sicilia e certamente la stessa Penisola ritenuta pure un’isola) protettrice del palazzo della capitale (della parte centro-meridionale di Creta rimasta sotto gli Egizi e comprendente l’Ida) Festo e il cui tempio è rivolto appunto verso Occidente.
Un sacerdote di nome Benapros (“Figlio del cinghiale”, il cinghiale essendo certamente un’incarnazione di Yahweh, come si ricava dal pithos funerario (vedi sopra) di Kuntillat Ajrud e dal mito di Odisseo e il cinghiale del Parnaso, e probabilmente per questo detestato dagli islamici seguaci di Eloah Allah) dipinge di rosso la pietra che chiude l’ingresso all’antro coi potenti segni della dea e dunque, stando alla raffigurazione sul sarcofago di Radamanto, verisimilmente coi segni spiraliformi della morte e della rinascita che si ripetono sul Disco come traccia entro cui vengono impressi i segni su un lato e sull’altro. Se il Disco fu conservato nell’archivio palatino dove poi fu rinvenuto, il sarcofago di Radamanto (senza ovviamente la sua mummia, sepolta a Tebe Ovest nella Valle delle Scimmie) fu invece deposto all’interno dell’Antro dell’Ida e depredato del suo contenuto dagli Achei-Danai invasori. Poi riutilizzato come sepoltura da un notabile di Haghia Triada ritornata in mano a dinastie locali che si richiamavano all’antica dominazione egizia.
Lato A: 1 me-gi-sta 2 da-mar 3 la-pro-i-phi-bi-ti-si 4 me-gi-sta 5 I-so-nya 6 da-mar-ti-si 7 ti-ker-yon 8 so-tei-ra-ki 9 bi-ra-phe-to-bi-ti-si 10 Kre-yon-ti-si 11 MEGA-ri 12 ra-na-sta-nei-phi-si 13 Kre-yon-ti-si 14 nai-dyo 15 la-pro-i-phi-bi-ti-si 16 Kre-yon-ti-si 17 MEGA-ri 18 ra-na-sta-nei-phi-si 19 di-ko 20 Me-na-pe-ti-si 21 dei-mon-wi-DRIS 22 i-so-wi-ti-si 23 i-ke-yon 24 [pa]-ra-ki-ti-si 25 Ey-ro-pi 26 ti-dei-ya-phi 27 dyo-mo-ni-ti-si 28 ste-no-NODA 29 Deil-ya-NODA 30 ti-mno-wo 31 Ra-da-man-ti-si. // B: 1 Deil-ya 2 nea-nya-ste-no 3 dei-nya-i-ki-si 4 dei-ra-kro-ta-go 5 Ey-de-mi-no-o 6 wo-ra-nya-THĒLEIA 7 Deil-ya-THĒLEIA 8 i-ra-THĒLEIA 9 nea-nya-ste-phy 10 Ey-de-my-no-o 11 Deil-ya-NODA 12 ma-ye-no 13 Ey-de-mi-no 14 MEGALĒN-phi-goSYRIAN 15 dyo-kro-pher-i-ki 16 MEGALOIN-dyo-no 17 ra-to-sa 18 i-re-wo-WOIKOUNODAS 19 da-me-nei-phi 20 mon-min-TAURON-si 21 i-mno-wo-dei 22 nei-a-pro-o 23 Ra-da-mar-de-gar 24 dyo-kro-da-mar 25 Se-ra-na-sa 26 ti-re-wo-dyo 27 phi-nei-o 28 Ba-na-pro-si 29 i-dei-ya-phi 30 dei-mon-o-ti-si.
MGCorsini,1 Giugno 2008, tutti i diritti riservati.
TRADUZIONE IN GRECO
Πλευρά Α:
μακάρια δαῖμον λαβρύοιφι πίτυς, μακάρια Ἰσόνοια, δαίμων τ᾽ᾖς θηκῶν, σώτειρα κὴ πήρα πόντου πίθιος. Κρειοντὶς Μεγάρη ῾ρ᾽ανιερίζειφι σοί, Κρειοντὶς ναΐδιῳ λαβρύοιφι πίτυσι, Κρειοντὶς Μεγάρη ῾ρ᾽ανιερίζειφι σοὶ νεκρόν. Μανιαπώρθης, δῆμων ὁ ϝίδρις ἰσοϝιθὺς οἴκων, [σφ]ραγισθεὶς Εủρώπη τιθήφι. διὸ μνησθεὶς σθένῃ Νίδᾳ, (Ἀμάλ)θειᾳ Νίδᾳ, θύμενος ὁ ῾Ραδάμανθυς. Ἡ αποθέωσις ῾Ραδαμάνθυος.
MGCorsini, Dicembre 1984-Dicembre 2006. Tutti i diritti riservati.
TRADUZIONE IN ITALIANO
Beata signora palo delle doppie asce, beata Isonoia, che sei signora delle casse funerarie e protettrice del pitho, borsa dell’ultimo viaggio. La Creontide Megara vi consacra a Te, la Creontide, nel tempietto coi pali delle doppie asce, la Creontide Megara vi consacra a Te il morto. L’Illustre Scomparso, esperto giudice pubblico e civile, è stato affidato in allattamento ad Europa. Perciò è stato sposato alla forte Nida, ad (Amal)tea Nida, il celebre Radamanto.
TRADUZIONE IN INGLESE
Blissful lady double-axes pole, blissful Isonoia, lady of the larnakes and protrectress of the last travel bag pithos. The doughter of Creon Megara consecrate there to You, the doughter of Creon, in the shrine with the double-axes poles, the doughter of Creon Megara consecrate there to You the dead. The Illustrious Deceased, skillful public and civil judge, has been committed in nursery to Europe. So he has been married to the strong Nida, to (Amal)thaea-Nida, the renowned Rhadamanthys.
Lato B: 1 De(y)-ya 2 ZE(Y)-nya-ste-ny 3 de(y)-nya-y-ky-sy 4 de(y)-ra-kro-wa-ko 5 Ey-de(y)-me-ny-yo 6 wo-ra-nya-DE(Y) 7 De(y)-ya-DE(Y) 8 y-ra-DE(Y) 9 ZE(Y)-nya-ste-py 10 Ey-de(y)-me-ny-yo 11 De(y)-ya-NY 12 mon-ey-ny 13 Ey-de(y)-me-ny 14 DA(Y)-py-ko-SY(R) 15 dyo-kro-por-y-ky 16 DA(Y)-dyo-ny 17 ra-to-sa 18 y-ry-wo-WO(Y)-NY 19 da(y)-ma-ze(y)-py 20 mn°-me-ke(r)-SY(R) 21 y-mn°-de(y) 22 ZE(Y)-a-wry-yo 23 Ra-da(y)-mon-de(y)-pel 24 dyo-kro-da(y)-mon 25 Ta-ra-nya-sa 26 ty-ry-wo-dyo 27 py-ze(y)-yo 28 Pa-nya-wry-sy 29 y-de(y)-ya-py 30 de(y)-mn°-yo-ty-sy.
TRADUZIONE IN GRECO
Πλευρά Β:
(Ἀμάλ)θειᾳ νεανιασθένῃ, θέινη αἴξ δ᾽εὐράκρου βαγοῦ Εἰδεμενῆος, οὐράνιᾳ Θήλειᾳ, (Ἀμάλ)θειᾳ Θήλειᾳ, ἱρᾲ Θήλειᾳ νεανιασθένφι. Εἰδεμενῆος, (Ἀμάλ)θειᾳ Νίδᾳ μονοεὐνῇ Εἰδεμένῃ, μεγάλην φηγὸν Συρίαν δικροφόρικην μεγάλοιν δυοῖν ῾ραντός, ἱρήιῳ οἶκῳ Νίδας, δαμάζειφι μνήμῃ αἴγε Σύριω. ὑμνῴδει νηῒ αὔριου ῾Ρὰ δαίμων δε ὑπὲρ δικροδαίμονος Ταράνιας. θύρην ὁδοῖο πιέζει ὁ Φανηαὔρης ἰδέηαφι δειμονοῖο τῆς.
MGCorsini, Dicembre 1984-Dicembre 2006. Tutti I diritti riservati.
TRADUZIONE IN ITALIANO
Ad (Amal)tea forza della gioventù, divina capra del sommo re Idomeneo; alla celeste Nutrice, ad (Amal)tea Nutrice, alla santa Nutrice nel vigore della sua gioventù, Idomeneo, ad (Amal)tea Nida, alla monogama Idomene, avendo asperso ai due alti (pali) la grande quercia siria sorretta dalle doppie corna, nel santuario del Nida, uccide presso la tomba due capri siri. Intona poi un inno alla nave del mattino “dio Ra”, quello sulla dea delle doppie corna Tarania. La porta d’ingresso (al sepolcro) imprime Phaniaures coi simboli della sovrannaturale sapienza di quella.
TRADUZIONE IN INGLESE
To (Amal)thaea strength of the youth, holy goat of the highest king Idomeneus; to the heavenly Nurse, to (Amal)thaea Nurse, to the holy Nurse in the strenght of his youth, Idomeneus, to (Amal)thaea-Nida, to the monogamous Eidomene, sprinkled to the two high (poles) the big Syrian oak born by the double horns, in the sanctuary of Nida, kills by the tomb two Syrian male goats. He sings then a hymn to the ship of the morning “the god Ra”, that about the goddess of the double horns Tarania. The entrance door (to the tomb) imprints Phaniawres with the symbols of her extraordinary wisdom.
ULTERIORI TRADUZIONI AGGIORNATE IN GRECO E ITALIANO
Πλευρὰ Α: Μεγίστη δάμαρ λαμπροῖjι βῆJης, μεγίστη <Α>ὐσονία, δάμαρ τ᾽ᾖς τυχηρῶν, σώτειρα κὴ βίρας Φαιστοῦ βῆJης. Κρειοντὶς Μεγάρη ῾ρ᾽ἀναστάνειjι σοὶ, Κρειοντὶς ναΐδιῳ λαμπροῖjι βῆJης, Κρειοντὶς Μεγάρη ῾ρ᾽ἀναστάνειjι σοὶ δίσκον. <Ἀ>μενώjις, δημῶν Ϝίδρις ἰσοἦJυς οἰκεῖων, [σj]ραχJεὶς Εὐρώπῃ τιτJείαjι, δι᾽ ὁμονοηJεὶς σJενὼ Νóδᾳ, Δῆλιᾳ Νóδᾳ, Jύμενος ὁ ῾ΡαδάμανJυς. // B: Δῆλια νεανιασJενὼ, δεινὴ αἴξ δ᾽εὐρ<υ>ἀκροταγοῦ Εὒδ-Μίνω, οὐρανία Jήλειᾳ, Δῆλιᾳ Jήλειᾳ, ἱρὰ Jήλειᾳ νεανιασJέ<νο>jι Εὒδ-Μίνω. Δῆλια Νóδᾳ μαιεύνος Εὒδ-Μίνος. Μεγάλην jηγὸν Συρίαν δυοκροαϕέρηκην μεγάλοιν δυοῖν ῾ραντοῦσαν, ἱρέϜος (Ϝοἶκου) ἄντρου Νóδας δαμνᾷjι μόνον Μινταῦρον σοὶ, ὕμνο<ν ἀ>Ϝoίδει νῆα πρῷου Ῥὰ δάμαρ, δὲ γάρ δυοκροαδάμαρ<τος> Σελάνας. Θύρην ὁδοῖο ϕοίνει ὁ Βενάπρος εἰδείαjι δεῖμου τ᾽ᾖς .
MGCorsini, 1 Giugno 2008, tutti i diritti riservati.
Traduzione in italiano. Lato A: Altissima signora del palazzo degli illustri, altissima <A>usonia, signora dei beati e protettrice del palazzo della capitale Festo, la figlia di Creonte Megare vi Ti colloca, la figlia di Creonte, nel sacello del palazzo degli illustri, la figlia di Creonte Megare vi Ti colloca il disco. Amenophis, esperto degli ordinamenti sia pubblici che privati, è stato affidato in allattamento ad Europa e perciò associato alla forte Noda, a Delia-Noda, il celebrato Radamanto. // B: A Delia forza della gioventù, potente capra del sommo visir Ehûd-Min, alla celeste nutrice, a Delia nutrice, santa nutrice del vigore giovanile di Ehûd-Min, Ehûd-Min che Delia Noda ha aiutato a partorire. Essendo stata aspersa ai due grandi (i. e. Radamanto e Minosse) la grande quercia (siria) sorretta dalle doppie corna, il sacerdote (della grotta) dell’Ida vi Ti uccide un toro Min (Minotauro) e intona un inno alla nave del mattino “la sposa di Ra”, cioè (alla nave) della signora delle doppie corna Selene. Infine Benapros dipinge (di rosso) la pietra d’ingresso (all’antro dell’Ida) coi segni della tua grande potenza.
MGCorsini, 1 Giugno 2008, tutti i diritti riservati.
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02/06/2010
I NATIVI DELL'AMERICA DEL NORD
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30/05/2010
LINGUE ATTUALMENTE PARLATE E SCRITTE
Script e sistemi di scrittura
Amharic Amarico
Used for various languages in and including , and . Usato per varie lingue in Etiopia e in Somalia tra cui amarico, tigrino e Tigre.
Arabic Arabo
Used for the language spoken in , and the . Utilizzato per la lingua araba parlata in Medio Oriente, Nord Africa e la penisola arabica. It is the script of the holy book, the . E 'il copione del sacro libro islamico, il Corano.
Aramaic Aramaico
was the language of state in .The script has played an important part in the development of both the and alphabets. Aramaico era la lingua di stato Aram nell'antica Siria. Lo script ha svolto un ruolo importante nello sviluppo sia del alfabeti greco e latino.
Armenian Armeno
Used for the language spoken in in the region between the and . Utilizzato per la lingua armena parlata in Armenia nella regione del Caucaso tra il Mar Nero e Mar Caspio.
Bengali Bengalese
Used for several languages in and : , and . Usato per molti linguaggi di East India e Bangladesh: bengalese, Assamese e Munda.
Berber Berbero
Once used in to write various languages, the forerunners of languages like and . Una volta usato in Nordafrica per scrivere varie lingue berbera, i precursori di lingue come il tuareg e Cabilia.
Brahmi Brahmi
Once used by the of . Una volta utilizzata dalla dinastia Maurian dell'India centrale.
Burmese Birmano
The script resembles the writing systems of . Lo script birmano somiglia sistemi di scrittura del Sud dell'India.
Cham Cham
Used for the language, spoken in and . Utilizzato per la lingua Cham, parlato in Vietnam e Cambogia.
Chinese Characters Caratteri cinesi
Used for most of the languages of ( , , , etc) as well as . Utilizzato per la maggior parte delle lingue della Cina (Mandarain, cantonese, Wu, etc) nonché giapponese.
Chinese Pictograms Pittogrammi cinese
The ancestor of modern writing. L'antenato della moderna scrittura cinese.
Coptic Copta
Used for the language of . Utilizzato per la lingua copta d'Egitto. This is now the religious language used by . Questo è oggi il linguaggio religioso utilizzata dai cristiani egiziani..
Cyrillic Cirillico
Used for several languages in : , , , and . Usato per diverse lingue in Europa Orientale: russo, ucraino, bulgaro, serbo e macedone
Georgian Georgiano
Used for the language spoken in , a country. Utilizzato per la lingua parlata georgiana in Georgia, un paese caucasico.
Greek Greco
Used for all forms of . Usato per tutte le forme di greco.
Gujarati Gujarati
Used for , a language spoken in . Usato per gujarati, lingua parlata nel nord ovest dell'India.
Hebrew Ebraico
Used for both ancient (the language of ), the modern language of , and . Utilizzato sia per ebraico antico (la lingua del giudaismo), il linguaggio moderno di Israele, Ivrit e yiddish.
Hindi Hindi
Used for several languages ( , , ) and . Usato per diversi linguaggi indiani del Nord (Hindi, Marathi, Rajasthani) e nepalesi.
Japanese Giapponese
is written with characters. Il giapponese è scritto con caratteri cinesi. It also uses two alphabets for word endings and for foreign words: and . Esso utilizza anche due alfabeti per la declinazione delle parole e per le parole straniere: Hiragana e Katakana.
Javanese Giavanese
Used on the island of in . Usato sull'isola di Giava in Indonesia.
Kannada Kannada
is a language from with its own script. Kannada è un linguaggio da Sud India con la sua sceneggiatura.
Khmer Khmer
is the script used for the language of the same name used in . Khmer è lo script usato per la lingua con lo stesso nome usato in Cambogia.
Korean (Hangul) Coreano (Hangul)
is the name of the alphabet used to write the language spoken in and parts of . Hangul è il nome del l'alfabeto usato per scrivere la lingua coreana parlata in Corea e parti della Cina.
Lao Lao
Used to write the language of the same name spoken in . Utilizzato per scrivere la lingua del parlato con lo stesso nome in Laos.
Latin Latino
The most used writing system in the world. Il sistema di scrittura più usato al mondo. Hundreds of languages use it in ( , , , , , ), ( , , ), ( , , , ) and ( , , ). Centinaia di lingue che uso in Europa (inglese, francese, tedesco, italiano, ungherese, ceco), Africa (zulu, lo swahili, il wolof), Le Americhe (spagnolo, portoghese, Nahuatl, Quechua) e Asia (turco, malese, vietnamita) .
Lepcha Lepcha
Used for the language of the same name spoken in the state of in . Utilizzato per la lingua con lo stesso nome parlata nello stato del Sikkim, nel nord dell'India..
Malayalam Malayalam
Used to write the language of the same name spoken in . Utilizzato per scrivere la lingua del parlato con lo stesso nome, nel sud dell'India.
Maldivian Maldive
Used to write the language of the same name in the . Utilizzato per scrivere la lingua con lo stesso nome delle Maldive.
Mongolian Mongolo
Used for the language in and . Utilizzato per la lingua mongola in Mongolia e Cina settentrionale.
Nastaliq Nastaliq
A form of the script which is used, with extra letters, to write several languages in including , , and . Una forma della scrittura araba, che viene utilizzato, con lettere in più, per scrivere in varie lingue tra cui Asia farsi, urdu, il pashto e Sindhi.
Oriya Oriya
Used for writing the language of the same name spoken in . Utilizzato per la scrittura della lingua con lo stesso nome parlata in India orientale.
Punjabi (Gurmukhi) Punjabi (gurmukhi)
A language spoken in and . Una lingua parlata in India occidentale e orientale del Pakistan. In India it is written in a script called (meaning "from the mouth of the guru"). In India è scritto in uno script chiamato gurmukhi (che significa "dalla bocca del Guru")
Sinhalese Singalese
Used by the language of the same name spoken on the island of . Utilizzato dal linguaggio parlato con lo stesso nome dell'isola di Sri Lanka.
Syriac Siriaco
Used by the language of the same name spoken in . Utilizzato dal linguaggio dello stesso nome antico parlato in Siria. The language is still used by . La lingua è ancora utilizzato da cristiani ortodossi siriani.
Tamil Tamil
Used for the language of the same name spoken in , , and . Utilizzato per la lingua con lo stesso nome parlata nel sud dell'India, Sri Lanka, Malaysia e Singapore.
Telugu Telugu
Used for the language of the same name spoken in . Utilizzato per la lingua con lo stesso nome parlata nel sud dell'India.
Thai Thai
Used to write the language of the same name spoken in . Utilizzato per scrivere la lingua del parlato con lo stesso nome in Thailandia.
Tibetan Tibetano
Used for the language of the same name spoken in the region of , and . Utilizzato per la lingua con lo stesso nome parlata nella regione del Tibet la Cina, l'India del Nord e in Nepal.
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28/05/2010
ANTICHE SCRITTURE ENIGMI INSOLUTI-IL CODICE VOYNICH
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ANTICHE SCRITTURE ENIGMI INSOLUTI-ISOLA DI PASQUA-RONGORONGO
19:34
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